City After The City

Oggi ci si interroga su come organizzare gli spazi dell’accoglienza luoghi in cui proteggere e accompagnare le persone nel loro viaggio verso la speranza e il riscatto di vita.

Luoghi che stanno somigliando sempre più a favelas brasiliane e in cui non traspaiono forme pensate di accoglienza e rispetto dell’essere umano.

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Le favelas quantomeno sono spazi costruiti spontaneamente dagli abitanti, mentre i campi di accoglienza sono modelli imposti; nel primo caso le persone sono legate a quei luoghi che hanno fatto fatica a conquistare nel secondo non c’è assoluto senso di appartenenza.

In “People in Motion” una sezione della mostra “City after The City”  nell’ambito della Triennale di Milano in zona Experience, vengono proiettate a terra immagini  dei campi profughi africani e mediorientali.

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Ciò che impressiona è che negli anni ’90 in un colpo d’occhio si poteva abbracciare tutta l’estensione dei villaggi, nelle proiezioni di oggi si è invasi da sconfinati paesaggi di casupole che lo sguardo non riesce più a coprire.

E’ qui che oggi si è verificato già il passaggio dal campo profughi alla vera e propria città, con moduli abitativi imposti che non tengono conto della natura dei luoghi e della natura dell’uomo.

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In “Lanscape Urbanism” lo spettatore è guidato verso una scelta consapevole di nuovi orizzonti  attraverso le immagini di panorami urbani rappresentati nell’arte o progettati e non ancora realizzati o proprio luoghi di attrazione mondiale.

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Il tema dell’accoglienza è sviluppato anche nella sezione “Expanded Housing” dove diversi oggetti di design sospesi tra microarchitetture e macrodesign sono progettati per avvolgere come in una nuvola o come in un nido protettivo le persone.

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Inoltre questi oggetti sono pervasi dall’idea di accompagnare le persone nel loro vivere spazi esterni appartenenti a diversi habitat naturali e a diverse culture.

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by Gianna Di Donatantonio

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